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Lucio Battisti mi ha salvato

Mi rendo conto che nella adolescenza mi sono nutrito e abbeverato a poche persone, prese a modelli. Persone che non ho mai conosciuto, ma che mi hanno aiutato e attraverso i quali ho seguito tracce impensabili. Queste persone sono, nella loro eterogeneità: Bruce Lee, Lucio Battisti, Carlo Scarpa. Provo a disegnare una mappa dei puntini che mi sembra loro abbiano messo su un foglio bianco che solo io dovevo vedere.

Con Bruce Lee ho scoperto il buddhismo Chan, e poi lo Zen e poi il Taoismo e infine Krishnamurti. E quindi a leggere tanti di quei libri su materie lontane. Dunque Gandhi, Gurdjeff, Capitini.

Carlo Scarpa è stato la scoperta dell’architettura e della meraviglia e della commovente bellezza della forma. La forma poteva commuovere: la forma costruita poteva commuovere. Voglio esagerare altrimenti non si capisce: la forma poteva dare la felicità, la serenità, il ben-essere. A me questa cosa era apparsa miracolosa. E dunque Carlo Scarpa si ricollegava ai giardini giapponesi, all’acqua, al blu (il blu del soffitto di Castelvecchio a Verona!). Devo ringraziare ora per allora il professore che avevamo alle superiori, l’architetto Giuliano Macchia, che ebbe questa felice intuizione di portarci in gita proprio a Verona a vedere Castelvecchio e poi la Banca Popolare. Carlo Scarpa era la sorpresa, il mai banale, il mai scontato. Poi Scarpa mi ha portato all’architettura viennese, all’eleganza di Wagner, a Hofman, e poi a Loos, e poi a Rossi, a Grassi. E loos a Wittgenstein

Con Lucio Battisti ho esplorato tutti i colori dell’anima. Mi ha portato intimamente in profondità. Battisti diceva delle cose di me che io non avevo ancora avuto il coraggio di dire: di dirmi. Sapeva tutto di me e di quello che sentivo e che avrei dovuto dire agli adulti, ai grandi, agli altri, alle ragazze … Mentre i miei coetanei si entusiasmavano per De André, Claudio Lolli, Edoardo Bennato, Guccini, Venditti, io ritenevo che l’eventuale lotta politica (o impegno politico), avrebbe dovuto entrare nella mia vita, nella vita di chiunque, dopo un periodo di profonda osservazione e di “purificazione”. Con quale forza avrei potuto dire agli altri di essere onesti se io non lo ero, se non lo ero profondamente? E poi che cosa potevo dire agli altri se noi eravamo proprio quella classe che altri avrebbero dovuto e potuto difendere? Noi eravamo i poveri, gli operai, i contadini, gli studenti: il corpore vivo di cui altri si facevano portavoce. Ma mi parevano tutti irreali, inautentici. I miei amici urlavano di scioperi da fare, di diritti da conquistare, già ben infagottati nei loro Eskimo (e più tardi: i “montoni”), con i loro “Camperos”, con i loro Ray-ban. Di quali altri diritti parlavano? Con quale conoscenza, con quale forza, con quale convinzione? Noi avevamo una misera giacca a vento di plastica e delle scarpe da tennis. Più tardi avrebbero parlato di diritto allo studio dal caldo delle loro stanze illuminate e con la carta di credito di papà pensando di fare i ribelli comprando un LP di Jim Morrison. No: non c’era più nulla in comune con loro. Probabilmente non c’era mai stato. C’era dunque solo qualche amico (Francesco, Roberto, Giampaolo), che poteva capire, forse, la mia passione per l’interiorità, per le cose semplici, per l’intensità delle cose semplici. Perché essere assorbiti da cose fantastiche è semplice. Essere assorbiti dall’ondeggiare di un filo d’orzo richiede un reset della propria sensibilità. Richiede occhi e mano e naso nuovi. Sensi nuovi. Entrare dentro se stessi richiede un coraggio nuovo, più grande che comprare Repubblica o l’Unità. E conquistare, affascinare, sedurre, una donna, una ragazza, non potendo ammantarsi di nulla se non della propria nudità, era una sfida tremenda. Essere quello che si è, non nascondersi, non nascondere nemmeno la propria timidezza (e dunque, a volte, nascondersi). Non nascondere la propria difficoltà a capire i ritmi, i passi, i gesti, le sillabe …