Cosa pensare la sera di giugno
Cosa pensavano mia nonna, mio zio, mia zia, dopo una durissima giornata di lavoro, di sudore, di sole, quando si mettevano seduti al tramonto sotto l’olmo a guardare verso nord verso il Subasio, verso Foligno?
Cosa pensavano di queste giornate che non finivano mai, di questo odore di grano tagliato, di paglia, di terra, di acetello, di luce finalmente acquietata, contenti di quel poco di fresco che arrivava verso sera, di quel filo di vento, dei suoni dei trattori in lontananza, persi per altri campi …
E dopo cena, con il buio e le stelle, con la sola compagnia dei grilli, delle lucciole, di qualche coppia di fanali di auto ai primi tornanti, che come un faro terrestre andava e veniva? Dove attingere il coraggio necessario per andare avanti in un mondo che non dava alcun valore a quello che si era riusciti a produrre? Dove attingere questo coraggio se non nel pozzo dell’incoscienza e della tenacia? Bisognava necessariamente guardare lontano, con un orizzonte lungo. Immagino che nonna vedesse le cose dall’alto della sua età. Ma anche questa è un po’ una frase fatta. In quegli anni nonna aveva 70 anni e non 700. L'orizzonte lungo non era anagrafico, era volitivo.
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