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Un filo d’erba fortissimo


Tutto quello che è venuto dopo aver trebbiato il grano è stato orpello, decorazione. Fuori da quel campo di calcetto, da quella strada, non siamo nulla. Fuori da quel campo d'avena sativa non siamo che evanescenze. Quello che siamo ora era già lì, in nuce. Chi era stronzo allora è rimasto stronzo. Certo: migliorato, civilizzato, incravattato, ma sempre stronzo.
Ormai sbaglio pochissime volte. Guardo negli occhi delle persone e vedo il loro passato le loro paure, le loro esitazioni, i loro sostegni … Vedo e capisco che non passavano i compiti in classe, non marinavano la scuola, che si innamoravano distrattamente, come una cosa che bisogna fare: senza passione, senza sofferenza.
Sto perdendo tempo: dovrei solo tornare lassù a falciare il fieno, a innaffiare le fragole, a tagliare la legna nel bosco. E invece sto ancora qui a sentire questo fantasma che vuole insegnarmi l'urbanistica concertata “dal basso” (che se fosse una cosa musicale avrebbe perlomeno un altro appeal …). Gente a cui tutto è arrivato, ma che non ha ereditato nulla, che non ha mai riconquistato nulla.
Siamo cresciuti facendoci credere che essere avvocato, ingegnere, imprenditore, fosse importante. Ma non era vero: tutte finzioni, tutte medaglie di latta. Tutti fantasmi. A volte questo senso di irrealtà mi prende così forte che devo fare uno sforzo di ri-piombatura, di zavorramento.
Quello che contava, quello che conta, è essere innamorati, avere le mani sporche di terra, la schiena bruciata dal sole.